Subito l’infelice si gettò sopra Avluela; la chiamò con un nome non suo e inondò i suoi gambali con lacrime così copiose che quelli rimasero tutti macchiati e inumiditi. — Accompagnami alla Loggia! — implorò. — Mi hanno cacciato via perché sono storpio, ma se tu mi accompagnerai… — Avluela spiegò che non poteva fare niente e che era straniera. Ma il disgraziato non voleva staccarsi da lei e allora Gormon lo sollevò con delicatezza, quel mucchietto rinsecchito di ossa che era, e lo mise da parte. Salimmo i gradini del portico e subito ci vennero incontro tre neutri che ci chiesero lo scopo della nostra presenza e subito ci affidarono allo sbarramento successivo, costituito da due Classificatori rinsecchiti. Parlando all’unisono, i due ci interrogarono.

— Chiediamo un’udienza — risposi. — Dobbiamo implorare una grazia.

— Per quattro giorni non si concedono udienze — disse il Classificatore di destra. — Aggiungeremo il vostro nome alla lista.

— Ma non sappiamo dove andare a dormire! — proruppe Avluela. — Abbiamo fame! Noi…

La zittii. Intanto Gormon frugava nell’ipertasca. Infine, nella sua mano scintillò qualcosa di lucente: erano pezzi d’oro, il metallo eterno, con impresse sopra facce barbute dal naso aquilino; li aveva trovati fra le rovine. Gettò una moneta al Classificatore che ci aveva sbarrato il passo e questi l’afferrò al volo, passò l’unghia sulla sua superficie lucida e fece scivolare immediatamente la moneta in una piega dell’abito. Il secondo Classificatore aspettava. Sorridendo Gormon lanciò una moneta anche a lui.

— Forse — dissi io — potremo riuscire ad avere un’udienza speciale.

— Forse — disse uno dei due. — Passate.

Così entrammo nella navata principale del palazzo e guardammo lungo la corsia centrale, verso la camera del trono, nell’abside. Lì dentro c’erano altri mendicanti, autorizzati, questi, per concessione ereditaria, che si mescolavano a gruppi di Pellegrini, Comunicatori, Ricordatori, Musici, Scribi e Classificatori.



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