— Tutti gli infelici chiedono l’aiuto dei governanti locali — dissi freddamente. — È l’uso.

— Il Principe di Roum non sa neppure cosa sia la misericordia! — replicò lui. — Vi sfamerà con le vostre stesse membra!

— Forse — disse Avluela — potremmo tentare alla Loggia degli Alati. Ci daranno da mangiare.

— A Gormon, no — osservai io. — E noi siamo legati uno all’altro.

— Potremmo portargli fuori il cibo.

— Preferisco tentare col Principe — insistei io. — Prima vediamo in che situazione siamo. Poi cercheremo di arrangiarci in un modo o nell’altro, se sarà necessario.

Lei acconsentì e, tutti insieme, ci avviammo verso il palazzo del Principe di Roum: era un edificio massiccio, con una piazza enorme, delimitata da due grandi ali di colonne. Nella piazza fummo accostati da mendicanti di ogni genere, perfino di altri mondi. Un essere con tentacoli che parevano grosse funi e una faccia rugosa senza naso mi si gettò addosso chiedendo l’elemosina, e Gormon dovette allontanarlo con la forza; un momento dopo, un’altra creatura non meno strana, dalla pelle butterata da piccoli crateri luminescenti e dagli arti guarniti di occhi peduncolati, mi si avvinghiò alle ginocchia supplicandomi in nome della Volontà di aver pietà di lei. — Sono soltanto una povera Vedetta — le dissi indicandole il mio bagaglio — e anch’io son qui per chiedere aiuto. — Ma la creatura continuò a elencare le sue disgrazie con voce debole e lontana, finché io, malgrado l’indignazione di Gormon, lasciai cadere alcune tavolette alimentari nella tasca che aveva sul petto. Poi ci facemmo strada a forza di gomiti fino al palazzo. Sotto il portico, si presentò ai nostri occhi una vista anche più orrenda: un Alato storpio e curvo, le fragili membra rattrappite e deformi, un’ala aperta a metà e seriamente mutilata, l’altra completamente mancante.



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