— Entrate — disse. — Tutt’e tre. In fretta!

Attraversammo la porta.

— Gli avrei spaccato il muso con un pugno — disse Gormon.

— E vi avrebbero fatto neutro prima di sera. Con un po’ di pazienza, invece, siamo entrati in Roum.

— In che modo la toccava!…

— Prendete un’aria troppo prepotente, con Avluela — dissi. — Non dimenticate che è un’Alata e che non può avere rapporti sessuali con uno che non appartiene a nessuna Corporazione.

Gormon ignorò la mia frecciata. — Non suscita la mia passione più di quanto la suscitiate voi, Vedetta. Ma non mi va di vederla trattare a quel modo. L’avrei ucciso, se non mi aveste trattenuto!

Avluela disse: — Dove alloggeremo, a Roum?

— Prima di tutto andrò alla sede centrale della mia Corporazione — risposi io — e mi immatricolerò all’Ostello delle Vedette. Poi potremmo forse andare alla Loggia degli Alati, per mangiare.

— E infine — disse Gormon, asciutto — ci metteremo alla Cantonata dei senza Corporazione, a chiedere la carità.

— Mi fate pena perché siete un Diverso — gli dissi. — Ma non è bello che vi autocommiseriate. Venite.

Salimmo per un vicolo acciottolato e serpeggiante, allontanandoci dalle porte della città e inoltrandoci nel centro. Ci trovavamo nella zona esterna, una fascia residenziale fatta di case basse e piatte, dominate dalla mole incombente delle installazioni difensive. All’interno stavano le torri scintillanti che avevamo scorto dai campi, la sera avanti, e mille altre cose: i resti dell’antica Roum, religiosamente conservati attraverso più di diecimila anni; il mercato; l’area industriale; il centro delle comunicazioni; i templi della Volontà; i serbatoi memoria; i rifugi per la notte; i bordelli per gli stranieri venuti da altri mondi; gli edifici del governo; le sedi delle varie Corporazioni.

All’angolo, presso un edificio del Secondo Ciclo, dai muri di materiale gommoso, trovai una cuffia pensante pubblica e me la calcai sulla fronte.



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