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La luce del mattino era limpida e cruda, come in un mondo giovane, appena creato. La strada era pressoché deserta: la gente non viaggiava volentieri, di quei tempi, a meno che non fosse, come me, nomade di professione. Di quando in quando, ci facevamo da parte per lasciare il passo al cocchio di qualche membro della Corporazione dei Padroni, trainato da una dozzina di neutri inespressivi e aggiogati in fila. Ne passarono quattro, di quei veicoli, nelle prime due ore della giornata, ciascuno accuratamente chiuso e sigillato per nascondere gli altezzosi lineamenti del Padrone allo sguardo della gente comune. Incontrammo anche diversi carri coperti, carichi di prodotti; parecchi velivoli passarono sopra la nostra testa. Tuttavia, avevamo quasi sempre la strada per noi.
Nei dintorni di Roum abbondavano le vestigia dell’antichità: colonne solitarie, i resti di un acquedotto che non trasportava più nulla, da nessuna sorgente a nessun utente, il pronao di un tempio distrutto. Quella era la Roum più antica; ma c’erano anche reliquie di Cicli più recenti; capanne di contadini, cupole di pozzi d’energia e strutture di torri residenziali. Più raramente ci imbattevamo nello scafo bruciacchiato di qualche antico veicolo aereo. Gormon esaminava ogni cosa, e, di tanto in tanto, raccoglieva qualche oggetto. Avluela fissava tutto a occhi spalancati, e non diceva niente. Continuammo a camminare finché le mura della città apparvero alla nostra vista.
Erano di una pietra color azzurro cupo, lucida come porcellana, e si alzavano a un’altezza di circa otto uomini. La nostra strada le attraversava passando sotto un arco i cui cancelli erano spalancati. Mentre ci avvicinavamo a questi, ci venne incontro un uomo incappucciato e mascherato, straordinariamente alto, che indossava il costume scuro caratteristico della Corporazione dei Pellegrini. Non ci si rivolge a una persona simile di propria iniziativa, ma le si presta attenzione soltanto se fa cenno di voler parlare. Il Pellegrino fece un cenno.
