Non scoprii niente, e quando mi riebbi dalla trance, madido di sudore e completamente estenuato, vidi Avluela che scendeva.

Atterrò, leggera come una piuma. Gormon la chiamò e lei si mise a correre, nuda, il piccolo seno fremente, verso di lui; l’uomo circondò la figuretta minuta con le braccia poderose, e si baciarono, senza passione, gioiosamente. Quando Gormon la lasciò, Avluela si volse a me.

— Roum — disse senza fiato. — Roum!

— L’hai vista?

— Tutta! Migliaia di persone! Luci! Viali! Un mercato! Edifici in rovina, di molti Cicli fa. Oh, Vedetta, è stupenda Roum!

— È stato bello il tuo volo, allora — dissi.

— Come un miracolo!

— Domani entreremo nella città.

— No, no, Vedetta, subito! Stanotte! — esclamò eccitata. — È così vicina! … Guarda!

— Dobbiamo riposare, prima — dissi io. — Per non arrivare stanchi.

— Riposeremo là — replicò Avluela. — Suvvia, riponi i bagagli! Hai già fatto la tua Vigilanza, no?

— Sì, sì.

— E allora andiamo. A Roum! A Roum!

Guardai Gormon con aria supplice. La notte era già scesa: sarebbe stata ora di accamparci e di concederci alcune ore di sonno.

Una volta tanto, Gormon si schierò dalla mia parte. — La Vedetta ha ragione — disse ad Avluela. — Dobbiamo riposare. Entreremo in città all’alba.

Avluela mise il broncio. Sembrava più bambina che mai. Le sue ali si afflosciarono e il suo corpo acerbo si curvò. Chiuse le ali, riducendole a due piccole protuberanze grosse come un pugno, e raccolse gli indumenti sparsi sul terreno. Si rivestì mentre noi preparavamo il campo. Distribuii delle tavolette di cibo, poi ci infilammo nei nostri ricettacoli. Io caddi in un sonno inquieto e sognai Avluela che si stagliava contro la luna decrepita, e Gormon che le volava accanto. Due ore prima dell’alba, mi alzai e compii la prima Vigilanza del nuovo giorno, mentre loro dormivano ancora. Poi li svegliai, e ci avviammo verso la favolosa città imperiale: verso Roum.



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