
— Ci credo — dissi. — Altrimenti la mia vita sarebbe sprecata.
— E perché gli abitanti delle stelle dovrebbero impossessarsi della Terra? Cosa abbiamo, oltre i resti di antichi imperi? Che se ne farebbero di questa miserabile Roum? Di Perris? Di Jorslem? Città in rovina! Principi idioti! Andiamo, Vedetta, dovete riconoscerlo: l’invasione è un mito, e voi compite gesti senza senso quattro volte al giorno! Non è così?
— Vigilare è la mia arte e la mia scienza. La vostra è schernire. Ognuno di noi ha la propria specialità, Gormon.
— Perdonatemi — disse con finta umiltà. — Andate, allora, e Vigilate.
— Lo farò.
Irritato, tornai al mio stipo di strumenti, deciso a ignorare qualsiasi interruzione, per quanto brutale. Le stelle splendevano: guardai le costellazioni scintillanti e, automaticamente, la mia sensibilità registrò gli innumerevoli mondi. “Iniziamo la Vigilanza” dissi a me stesso. “Facciamo il nostro dovere, in barba agli scherni di quelli che non credono.”
Ed entrai nello stato di piena Vigilanza.
Afferrate le impugnature, mi lasciai investire dall’ondata di energia. La mia mente si innalzò nei cieli, alla ricerca delle entità ostili, nell’estasi indicibile di uno splendore abbagliante. Io, che mai avevo lasciato questo piccolo pianeta, spaziavo nell’immensità tenebrosa del vuoto, scivolando da una stella ardente a un’altra, e vedevo i mondi girare come trottole. Facce sconosciute mi fissavano nel mio vagabondare, alcune senza occhi, altre con molti occhi: tutta la Galassia, così complessa, abitata da innumerevoli specie, diventava accessibile per me. Spiavo, per individuare eventuali concentrazioni di forze avverse. Scrutavo campi di manovra e accampamenti militari. Cercavo, come avevo sempre fatto quattro volte al giorno, per tutta la mia vita, gli invasori annunciati dalle profezie, i conquistatori che, alla fine dei giorni, si sarebbero impadroniti del nostro mondo decrepito.
